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Fredy Hirsch
e il confine della speranza
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Sinfonia n. 9 Mi Min. Op. 95
Fredy Hirsch
e il confine della speranza
Il romanzo della scrittrice statunitense Wendy Holden, “Il maestro invisibile”, narra di Alfred Hirsch, insegnante ebreo e omosessuale che costruisce, nel ghetto di Terezín e poi nel campo di sterminio di Auschwitz, strutture dove i bambini possano coltivare quella speranza che è servita
a resistere temporaneamente
al dramma dell’Olocausto.
Giornalista pubblicista e componente
dell'Ufficio Stampa e Comunicazione
CISL Scuola nazionale
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“Hitler è solo un sosia di Charlie Chaplin. Lui e il suo partito sono un fuoco di paglia. Da un giorno all’altro cadranno nel dimenticatoio, vedrai” ammoniva nel 1926 da Aquisgrana, in Germania, il patrigno del protagonista del romanzo della scrittrice statunitense Wendy Holden, “Il maestro invisibile”, rivolgendosi ad un Fredy Hirsch ancora undicenne. Quanto grande, e diffuso, fu il suo errore di visione è sotto gli occhi di tutti coloro che ancora si rivolgono alla storia per interrogarla sul presente e tentare di prevedere il futuro.
Nelle elezioni politiche di febbraio 2025 l’AfD, il partito di estrema destra tedesco di stampo neonazista, ha raddoppiato i suoi voti. Come può questo dato non creare disagio? Ormai cento anni fa, in molti hanno visto crescere il nazionalsocialismo in Germania convincendosi che non ci fosse bisogno di allarmarsi. In che misura possiamo ignorare questo fenomeno sperando che alcune condizioni oggi possano non ripetersi?
Per tentare di formulare una risposta dobbiamo tornare a riflettere sul libro di Holden, pubblicato in Italia da PIEMME a gennaio di quest’anno. Il protagonista, Alfred Hirsch, nasce nel 1916 in una famiglia ebraica in cui si sente da subito solo: non è il bimbo dallo stomaco forte che il padre vorrebbe, perché gestisca la macelleria di famiglia; non è figlio abbastanza amato da convincere la madre a non abbandonare lui e suo fratello temporaneamente, alla morte del marito; non si riconosce nella visione spirituale del mondo di suo fratello, che diventerà rabbino dopo la fuga in Sud America; infine scopre, già nella preadolescenza, con imbarazzo ma totale pienezza, di essere attratto dagli uomini.
Di se stesso sa anche di amare smisuratamente lo sport e l’insegnamento e coniuga queste inclinazioni coltivando la speranza sionista di una vita possibile nella Terra Promessa. Rifiuta di fuggire in Argentina dopo le leggi razziali del novembre del 1938 (che esordiscono impedendo agli alunni ebrei l’accesso nelle scuole tedesche) e reagisce, durante l’internamento in Cecoslovacchia, nell’unico modo che conosce: riunisce i bambini nel Kinderheim di Terezín, una sorta di “parco giochi” che ricava dal 1941 nel ghetto istituito dal Terzo Reich nella città-fortezza vicina a Praga. Colui che i bambini chiamano anche “Fredy il gendarme” impone ai suoi alunni la disciplina dell’esercizio fisico quotidiano, con qualsiasi condizione atmosferica. Li conduce a piedi per otto chilometri a tratta ogni giorno in un luogo che ancora riserva loro un barlume di normalità, per distrarli dall’impossibilità di evadere. Le abluzioni mattutine con l’acqua gelata, il rispetto delle regole della “casa dei bambini”, il divieto assoluto di mentire e di rubare, sebbene siano attanagliati dalla fame, sono i pilastri di una struttura psicologica con cui il giovane atleta ebreo tenta di preservare un’integrità interiore nei suoi amati protetti.
Nell’agosto del 1943 a Terezín arrivano gli orfani del ghetto di Białystok e portano la notizia della morte di massa attraverso l’uso dello Zyklon B. È un quadro dipinto da bambini scioccati: un quadro troppo fosco per essere verosimile. E infatti in molti non credono. Non riescono a prefigurare per loro stessi un destino così inumano. Il Consiglio degli Anziani intima al maestro e a tutti, sempre, di non reagire, di comprimere progressivamente la propria libertà, la propria dignità, per non subire o imporre ad altri repressioni peggiori. E Fredy ubbidisce. Lo muove sempre il desiderio di instillare nei piccoli la capacità di resistere, nella speranza che questa li avrebbe fatti sopravvivere giorno dopo giorno, fino a quello della liberazione. “Era la stessa ingenua speranza che aveva permesso ai nazisti di rinchiuderci a milioni dentro dei carri bestiame senza che noi fiatassimo, prima di avviarci ordinatamente verso le camere a gas” commenta l’insegnante a poche ore dalla data decretata della sua fine.
“Paralizzati dalla speranza che aveva intaccato la nostra capacità di lottare, avevamo continuato ad aggrapparci a un giorno di vita in più, nell’illusione che qualcuno sarebbe venuto a salvarci. Fino al giorno in cui il nostro tempo era scaduto”. Hirsch riesce a ricreare il “suo” Kindergarten anche nel campo di sterminio di Auschwitz II-Birkenau, dove viene deportato nel settembre del 1943. Lì riunisce in un capanno dotato di camino i bambini, tenendoli con sé dalla mattina alla sera per impartire loro lezioni di lingua, attività manuali, canto e teatro, tentando di costruire “mattone su mattone un muro contro il dolore nei loro cuori”. Si illude che mostrare le loro rappresentazioni anche al Doktor Mengele e all’alto gerarca Adolf Eichmann possa suscitare una qualche affezione che li induca a risparmiarli. Quando stanno per scadere i sei mesi fatali di permanenza ad Auschwitz, Hirsch è avvicinato dai prigionieri del Sonderkommando, gli uomini incaricati di farfunzionare le camere a gas, che tramano per distruggere la macchina dello sterminio. Lo esortano a capeggiare i Cechi verso la rivolta.
Ebreo, tedesco, sionista e omosessuale, Alfred Hirsch finisce per mano della sua stessa speranza. In un momento in cui sembrerebbe superfluo leggere l’ennesimo libro sull’Olocausto, il romanzo di Holden è particolarmente utile per tornare a interrogarci sull’identità e sul destino dell’Europa, afflitta com’è da rigurgiti neofascisti e stretta tra le feroci rivendicazioni russa e statunitense sui destini dell’Ucraina.

